Il Chiostro di San Gregorio Armeno

ChiostroSanGregorio3All’uscita della chiesa di San Gregorio Armeno, percorrendo un breve tratto della strada in salita, sulla sinistra troviamo l’ingresso al Chiostro e al Convento, opera dell’architetto Vincenzo della Monica (1572-74) e successivamente ampliato da Francesco Antonio Picchiatti (1644). La rampa delle scale è decorata da affreschi settecenteschi del pittore Giacomo del Po, rielaborati da Nicola Antonio Alfano in occasione di una visita della regina Maria Amalia. Da qui si accede ad un ambiente spazioso decorato da un’Annunciazione e da vaste scene di paesaggio con Il Battesimo di Cristo e con San Giovanni Battista che indica Cristo.

Il chiostro, uno dei più belli della città, presenta un portico su pilastri aperto verso il panorama del golfo; al centro è dominato, tra aiuole di agrumi, da una grande fontana marmorea barocca decorata con delfini, maschere e cavalli marini, e da due grandi opere scultoree che raffigurano Cristo e la Samaritana, realizzate da Matteo Bottigliero nel 1733. Da qui si passa alla Sala della Badessa, ornata da affreschi settecenteschi con motivi floreali ed architetture, al primo coro, dove si trovano gli stalli lignei cinquecenteschi e le decorazioni ad affresco di Belisario Corenzio, al corridoio delle monache, con altarini arricchiti da opere d’arte d’ogni epoca e alla cappella della Madonna dell’Idria, unica parte superstite della chiesa originaria che fu ristrutturata nel 1712 e decorata da dipinti e affreschi del pittore Paolo De Matteis. Della costruzione originaria resta testimonianza nell’arco ad ogiva dell’altare maggiore e nella sinopia della Madonna dell’Idria sull’altare. Da questa parte del chiostro si trova il Refettorio e l’antico forno che ricorda la straordinaria bravura delle monache di San Gregorio nell’arte culinaria, specialmente nella produzione di sfogliatelle.

INFORMAZIONI

Indirizzo: Via San Gregorio Armeno, 1

Ingresso libero

Chiostro: aperto dal lunedì al venerdì dalle 9,30 alle 12,00, sabato dalle 9,30 alle 12,30, domenica dalle 9,30 alle 12,45

Chiesa di San Gregorio Armeno

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Il Complesso Conventuale di San Gregorio Armeno è uno dei più antichi e ricchi di opere d’arte della città di Napoli. Il monastero fu fondato nell’VIII sec. da alcune monache basiliane che fuggivano da Costantinopoli a causa dell’iconoclastia, portando con sé le reliquie di San Gregorio vescovo d’Armenia; solo a partire dal 1205 il monastero fu intitolato a San Gregorio, l’illuminatore d’Armenia, che dopo aver subito terribili supplizi, convertì al cristianesimo il re Tiridate.

In epoca normanna il monastero fu unito a quello dedicato al Salvatore e a San Pantaleone ed assunse la regola benedettina.

La prima grande trasformazione del complesso si ebbe in seguito ai dettami del Concilio di Trento, tra il 1574 e il 1580, quando la chiesa fu totalmente ricostruita su progetto di Giovan Battista Cavagna e assunse la struttura attuale: navata unica con quattro cappelle laterali, abside quadrata su cui insiste la cupola.

La realizzazione del bellissimo soffitto cassettonato risale a questo periodo; esso fu commissionato al pittore fiammingo Teodoro d’Errico e a Giovanni Andrea Magliulo dalla badessa Beatrice Carafa.

Il pittore Luca Giordano dipinse sulla controfacciata gli affreschi Arrivo al lido di Napoli delle monache armene; Traslazione del corpo di San Gregorio; Accoglienza dei napoletani alle suore (1684) e quelli tra le finestre con Storie di San Gregorio (1679-81) e le Virtù sugli archi delle cappelle (1684).

Nella quinta cappella destra si trovano le spoglie e altre reliquie di Santa Patrizia, trasferite qui nel 1864 dal soppresso convento a lei intitolato; il culto della santa è ancora oggi molto vivo e la chiesa è conosciuta anche come Santa Patrizia.

L’altare maggiore in marmi commessi è stato realizzato su disegno dello scultore e architetto barocco  Dionisio Lazzari; la tavola dell’Ascensione è di Giovan Bernardo Lama. Nella cupola si possono ammirare gli affreschi di Luca Giordano raffiguranti la Gloria di san Gregorio del 1671; l’artista realizzò anche le Sante dell’Ordine Benedettino tra le finestre e Mosè, Giosuè, Melchisedec e Ruth nei peducci.

INFORMAZIONI

Indirizzo: Via San Gregorio Armeno, 1

Ingresso libero

Chiesa: aperta dal lunedì al sabato dalle 9,30 alle 12,00, martedì e domenica dalle 9,30 alle 13,00

Chiostro: aperto dal lunedì al venerdì dalle 9,30 alle 12,00, sabato dalle 9,30 alle 12,30, domenica dalle 9,30 alle 12,45

Complesso monumentale di Donnaregina e Museo Diocesano

       diocesano

Il complesso monastico di Donnaregina fu ricostruito in seguito al terremoto del 1293 grazie ai donativi della regina di Napoli Maria d’Ungheria, il cui imponente monumento sepolcrale oggi è situato sul fianco sinistro della navata della chiesa trecentesca. Nella seconda metà del XVI secolo il monastero fu trasformato secondo i dettami post-tridentini con la realizzazione di un ampio chiostro porticato; all’inizio del XVII secolo, le monache decisero di costruire una chiesa moderna ex novo, annettendo la prima alla zona di clausura. I due edifici che inizialmente comunicavano tra di loro, furono divisi in seguito al restauro del 1928-34.

La chiesa, iniziata intorno al 1617, fu benedetta nel 1626 e successivamente consacrata dal cardinale Caracciolo nel 1669, quando la costruzione era quasi del tutto compiuta ad eccezione della cupola.

bene28_163_cacSalendo la maestosa scala, si entra all’interno della chiesa, dove è visibile un forte contrasto tra la parte inferiore, che presenta una ricca decorazione plastica, e quella al di sopra delle cappelle, soprattutto dopo la perdita degli affreschi e dopo l’imbiancamento degli stucchi; questa impressione è evidenziata dalla semioscurità delle cappelle che fa risaltare ancora di più la policromia del rivestimento marmoreo della navata.

Nella volta si possono ammirare affreschi di Francesco De Benedictis del 1654, nella calotta della cupola gli affreschi raffiguranti il Paradiso di Agostino Beltrano del 1655.

L’altare maggiore del presbiterio è opera di Giovanni Ragozzino e Giovanni di Filippo su disegno di Solimena; ai lati si trovano due grandi dipinti di Luca Giordano rappresentanti le Nozze di Cana e la Moltiplicazione dei pani e dei pesci, firmati e datati 1705 e considerati le sue ultime opere.

Luca Giordano - Nozze di Cana

Il coro delle monache è situato al livello superiore della zona absidale; il ciclo di affreschi sulla Vita di San Francesco  è stato realizzato dal giovane pittore Francesco Solimena nel 1684, così come la grande scena frontale che raffigura Il Miracolo delle rose ed i Santi Andrea, Gennaro e Bartolomeo, sopra la porta che un tempo portava al complesso vecchio; il bassorilievo in marmo del San Francesco che riceve le stimmate che decora la porta è invece di un ignoto artista napoletano del XVI secolo.

Il coro delle converse è invece situato sopra la controfacciata della chiesa e conserva in modo frammentario affreschi di Luca Giordano del 1687 circa; rimangono superstiti lunette con Giaele che uccide Sisara col piolo, Santa Margherita e il drago e Re Davide.

All’interno della chiesa ha sede il Museo Diocesano di Napoli che presenta una ricca collezione di opere di arte sacra.

La chiesa di Santa Maria Donnaregina Vecchia si trova alle spalle di Santa Maria Donnaregina Nuova, quest’ultima costruita nel Seicento con lo scopo di sostituire quella Vecchia; dal 2007 le due chiese fanno parte del circuito del Museo Diocesano di Napoli. All’ interno della chiesa vecchia è conservato il più grande ed uno dei più importanti cicli di affreschi del XIV secolo a Napoli; sulla parete di sinistra della navata della chiesa è collocato il Monumento sepolcrale di Maria d’Ungheria, opera trecentesca dello scultore senese Tino di Camaino. Di fronte al monumento funebre, si apre la cappella Loffredo, a pianta rettangolare con due bifore e coperta da una volta a crociera. Nella cappella si possono ammirare cicli di affreschi trecenteschi raffiguranti l’Annunciazione e la Madonna col Bambino nella parete di fondo, con un crocifisso ligneo del XIV secolo; sulla volta i Santi Pietro e Paolo, sulla parete di destra Storie della vita di San Giovanni, sulla parete d’ingresso San Francesco predica agli uccelli e riceve le stigmate; il ciclo è di ignota attribuzione e riprende spunti giotteschi con reminiscenze bizantine.

INFORMAZIONI:

INDIRIZZO: Largo Donnaregina – 80138 – Napoli

Il complesso è aperto dal lunedì al sabato dalle 9,30 alle 16,30, di domenica dalle 9,30 alle 14,00. È chiuso il martedì.

BIGLIETTI: intero € 6,00, ridotto € 4,00 per le persone over 65, under 18 e gruppi; €3,00 per studenti e parrocchie.

Chiesa di San Domenico Maggiore Napoli

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La basilica di San Domenico Maggiore è ricchissima di opere d’arte raccolte nei secoli per volontà dei prestigiosi committenti appartenenti alle più nobili famiglie napoletane e titolari del patronato delle cappelle.

La costruzione vera e propria della Basilica domenicana e del convento annesso, iniziò nel 1283, per volontà di Carlo II d’Angiò, ma a causa delle continue guerre e della prigionia dello stesso sovrano, i lavori si protrassero fino al 1324, quando la Basilica venne dedicata a Santa Maria Maddalena, in adempimento di un voto espresso dal re quando si trovava in mano degli Aragonesi.

Nel corso dei secoli la Chiesa di San Domenico ha subito numerose trasformazioni e radicali restauri in seguito a terremoti e incendi, come il terremoto del 1456 e l’incendio del 1506 o a causa di cambiamenti di gusto.

Nel Seicento nuove esigenze di gusto determinarono il rifacimento dell’altare maggiore in marmi policromi ad opera di Cosimo Fanzago, poi rimaneggiato da Giovan Battista Nauclerio e da Lorenzo Vaccaro.

s_domenico_sagrestia_web-ffb73 (1)L’interno della basilica è a tre navate con transetto e abside poligonale, una tipologia gotica presente in altre chiese angioine di Napoli. La basilica è ricca di opere d’arte e presenta numerosi esempi della scultura napoletana del sec. XVI, come gli altari e i monumenti funebri, opere di Giovan Tommaso Malvito, Girolamo Santacroce e Giovanni Merliani da Nola.

Molto interessante è la terza cappella lungo la navata destra, la Cappella Brancaccio, dove sono tornati alla luce, dopo i restauri del 1953, gli affreschi eseguiti nel 1309 dall’artista romano di cultura giottesca, Pietro Cavallini, raffiguranti la Crocifissione e Storie di san Giovanni Evangelista e Maria Maddalena e santi Pietro e Andrea. Lungo la parete sinistra si apre la cappella dei Carafa, conti di Ruvo, dove si può ammirare il presepio ligneo dello sculture bergamasco Pietro Belverte (1507-1511), realizzato con pietre portate da Betlemme. Dalla navata destra si accede alla sagrestia, ampia sala rettangolare rivestita da armadi in noce, decorati ed intagliati, del primo Settecento e decorata da Francesco Solimena (1709) che ne affrescò la volta con Il trionfo della fede sull’eresia ad opera dei Domenicani; la particolarità di quest’ambiente è offerta da un ballatoio, che si sviluppa su tre lati, sul quale sono disposte 45 arche sepolcrali rivestite di damasco, seta, broccatello e velluto in due ordini, che contengono le spoglie di personaggi legati alla corte aragonese. La cappella del Rosario, la prima del braccio sinistro del transetto, custodisce un’eccellente copia di Andrea Vaccaro (1670) della celebre Flagellazione commissionata da Tommaso De Franchis a Caravaggio (1607-1609) e poi trasferita, per motivi di sicurezza, nel Museo di Capodimonte, come è successo anche ad un’altra opera, l’Annunciazione di Tiziano (1557), proveniente dalla quarta cappella dello stesso braccio del transetto.

Lungo la navata sinistra, nella quarta cappella è il sepolcro di Bernardino Rota, commissionato nel 1569 a Giovan Domenico d’Auria, con statue che personificano il Tevere e l’Arno, ossia la lingua latina e quella italiana impiegate dall’autore nelle sue opere letterarie. Inoltre, nella settima cappella, di proprietà dei Muscettola, sull’altare maggiore è collocato il bellissimo dipinto San Giuseppe e il Bambino di Luca Giordano (1680-1685).

INFORMAZIONI

INDIRIZZO: Piazza San Domenico Maggiore 8/A
CHIESA:
dal lunedì al sabato
dalle 8.30 alle 12.30 e dalle 16.00 alle 19.00, 
domenica e festivi dalle 9.30 alle 13.00 e dalle 16.00 alle 19.00
 ingresso libero
SALA DEGLI ARREDI SACRI:
dal martedì alla domenica dalle 9.30 alle 12.00, 
venerdì e sabato anche dalle 16.30 alle 19.00;
biglietti:
intero: € 3.00,
ridotto: € 2.50 per gruppi di minimo 15 persone.

Cappella Sansevero Napoli

La Cappella Sansevero, chiamata anche Santa Maria della Pietà dei Sangro, fu fondata nel 1590 da Giovanni Francesco di Sangro principe di Sansevero e poi ampliata dal figlio visita-guidata-alla-cappella-sanseveroAlessandro a partire dal 1608 con l’intento di destinarlo a luogo di sepoltura dei vari membri della casata. È uno dei più intriganti complessi settecenteschi della città, fortemente segnato dalla personalità del principe Raimondo di Sangro, scienziato e letterato e gran maestro della massoneria di rito scozzese del regno di Napoli. Tra il 1749 e il 1771 egli fece ridecorare la cappella gentilizia e fornì un preciso programma iconografico agli artisti.

L’interno della cappella è spettacolare per gli affreschi della volta realizzati da Francesco Maria Russo nel 1749, Gloria del Paradiso con santi della famiglia di Sangro tra prospettive architettoniche, i marmi colorati, i medaglioni dei cardinali sulle chiavi degli archi di Francesco Queirolo, i sepolcri e le statue che avevano lo scopo di commemorare i personaggi sepolti e celebrare le virtù delle loro spose.

Il-Disinganno-by-Francesco-Queirolo_cappella_sansevero (1)         Sopra l’ingresso, nel sepolcro di Cecco di Sangro, scolpito da Francesco Celebrano del 1766, è rappresentato un episodio della vita del defunto che fu chiuso in una cassa perché ritenuto morto in battaglia e poi ne uscì con la spada in pugno per terrorizzare i nemici.

Tra la controfacciata e la parete destra è presente la statua Amor divino del XVIII secolo. Sotto la prima arcata destra è posta la tomba di Paolo di Sangro; al primo pilastro, l’Educazione, statua di Queirolo del 1753, mentre sotto la seconda arcata è posto il monumento a Paolo di Sangro di Antonio Corradini; al secondo pilastro Dominio di sé stesso del Celebrano del 1767.

La-Pudicizia_Cappella_SanseveroNel vano attiguo, in asse con l’ingresso laterale, si trova il sepolcro di Raimondo di Sangro, su disegno di Francesco Maria Russo, con ritratto di Carlo Amalfi; al terzo pilastro è collocata l’opera di Queirolo Sincerità e nella cappella seguente S. Oderisio.

L’altorilievo marmoreo della Deposizione, che si trova al di sopra dell’altare maggiore, è considerato il capolavoro di Francesco Celebrano e fu realizzato tra il 1762 e il 1768; ai lati dell’altare i due angeli in stile barocco realizzati da Paolo Persico, autore anche della cornice di angeli in stucco che circonda il dipinto della Pietà.

Alla parete sinistra del presbiterio è posto il sepolcro di Alessandro di Sangro, patriarca di Alessandria, del XVII secolo. Al pilastro a destra dell’altare è posto il Disinganno di Queirolo, opera di un’abilità tecnica straordinaria; al pilastro a sinistra dell’altare, la Pudicizia, figura velata del Corradini del 1751.

Al centro della navata si trova l’opera più celebre della cappella, il Cristo Velato, realizzato da Giuseppe Sanmartino nel 1753, opera stupefacente per verità e finezza compositiva, che conserva ancora la patina originaria.

Nella terza cappella sinistra, la statua di Santa Rosalia del Queirolo. Sotto la seconda arcata sinistra è posto il sepolcro di Giovan Francesco Paolo di Sangro di Jacopo Lazzari; nella prima, il sepolcro di Paolo di Sangro, quarto principe di Sansevero. In angolo con la controfacciata il Decoro di Corradini.

Nella cripta, voluta da Raimondo di Sangro, sono poste due macchine anatomiche (scheletri in cui si osserva l’apparto venoso e arterioso), che contribuirono ad accrescere la fama del principe.

INFORMAZIONI

Indirizzo: Via Francesco De Sanctis, 19/21, 80134 – Napoli

Tel./fax: +39 081 5518470

Orari:

Giorni feriali: 09.30-18.30

Domenica e giorni festivi: 09.30-14.00

Ultimo ingresso consentito fino a 20 min. prima della chiusura

Chiuso il martedì

Biglietto ordinario: € 7.00

Artecard: € 5.00

Convenzione Alitalia: € 5.00

Ragazzi da 10 a 25 anni compiuti: € 5.00

Scuole: € 2.00

Minori di 10 anni: gratis

Chiesa di Sant’Aniello a Caponapoli

La chiesa di Sant’Agnello Maggiore, nota come Sant’Aniello a Caponapoli, sorge nel punto più elevato dell’area della Napoli greco-romana.

Sant’Agnello, vescovo di Napoli nel VI secolo, si distinse nella difesa della città contro i Longobardi e dopo la sua morte continuò a proteggere dall’alto i suoi concittadini e diventò il settimo patrono di Napoli e, a partire dal 1628, protettore del Regno.

Si racconta che i suoi genitori si recassero in questo luogo a venerare un’immagine della Vergine per implorare la nascita di un erede; ottenuta la grazia, i genitori per riconoscenza eressero una piccola chiesa che prese il nome di Santa Maria Intercede. Il piccolo Agnello, che mostrò presto i segni di una nascita avvenuta per intercessione divina, si ritirò, ancora giovane, nei pressi della chiesetta e condusse una vita solitaria e spirituale; in seguito diventò abate del vicino monastero di San Gaudioso e alla sua morte fu sepolto nella chiesa di Santa Maria Intercede.

Un documento del X secolo afferma che la tomba del santo era collocata in una chiesa a Caponapoli dedicata alla Madonna; inoltre, la prima notizia circa un monastero di Sant’Agnello in questa zona risale al 1058.

Nel 1517 la chiesa fu ampliata, con l’inserimento di un nuovo corpo, che divenne il transetto dell’intero tempio; questo spiega il singolare impianto a T della chiesa attuale.

Nel 1809 il convento fu soppresso e acquistato da Cosmo de Oraziis che ne ricavò diverse case per abitazioni; a partire dal 1914 iniziò la decadenza della chiesa di Sant’Agnello, con lo spostamento della parrocchia e di alcune opere d’arte nella chiesa di Santa Maria di Costantinopoli.

L’attuale stato di devastazione della chiesa è stato determinato da diversi eventi; nel 1943 la chiesa fu bombardata e poi sono seguiti anni di abbandono e di spoliazioni; inoltre, nel 1962 è stato aperto un cantiere di scavo archeologico e di restauro e la chiesa ha subito diversi furti.

Oggi vi rimane il grande altare di Girolamo Santacroce, uno dei capolavori della scultura napoletana del Rinascimento, composto da una tavola centrale a mezzorilievo di marmo finissimo, scolpita tra il 1517 e il 1520 su committenza di Giovanni Maria Poderico, vescovo di Taranto; l’altare fu rimaneggiato nel 1779 sotto la direzione dell’architetto Giovanni Maria Pandullo e poi modificato in stile barocco con l’aggiunta della balaustra marmorea a delimitazione del presbiterio, rimosso dal luogo originario e spostato più avanti, dove lo vediamo oggi. Altre opere sono ospitate nei depositi della Soprintendenza.

Grazie a ingenti finanziamenti del Ministero per i Beni e le Attività Culturali si è avviato un lungo intervento di restauro che ha consentito di ricomporre l’altare nella sua configurazione settecentesca.

INFORMAZIONI

Indirizzo: Largo Sant’Aniello a Caponapoli – Napoli

Chiesa di Santa Maria delle Anime del Purgatorio o Purgatorio ad Arco

La chiesa Santa Maria delle anime del Purgatorio ad Arco, uno dei principali monumenti barocchi di Napoli, si trova in via Tribunali. La notorietà e l’importanza di questa chiesa, già famosa nel Seicento, sono legate soprattutto alla sua decorazione barocca, incentrata su temi funebri, e al culto dei defunti.

La chiesa fu eretta nel sec. XVII, quando il culto dei defunti raggiunse l’apice, grazie all’iniziativa di una confraternita fondata nel 1604 con l’intento di raccogliere fondi destinati alla celebrazione di messe di suffragio; il progetto fu affidato al grandissimo scultore e architetto Cosimo Fanzago.

Motivi funerari ricorrono sulla facciata, sui fittoni all’esterno con teschi e tibie incrociate in bronzo, spesso ornati di fiori freschi e all’interno.

La chiesa presenta una navata unica, tre cappelle laterali e un’abside sormontata da una cupola, dove la magnificenza dell’arte barocca e i simboli funebri si accordano perfettamente. Nell’interno, rivestito di marmi policromi, si possono ammirare importanti opere d’arte; nella terza cappella destra, La morte di sant’Alessio (1661) di Luca Giordano, nel presbiterio i bellissimi marmi di Dioniso Lazzari (1655-69), di cui impressionante il motivo scolpito con teschio e ossa dietro il settecentesco altare maggiore; la pala d’altare presenta La Madonna con le anime del purgatorio di Massimo Stanzione e, in alto, Sant’Anna e Maria ai piedi del Padre Eterno di Giacomo Farelli; a sinistra uno dei capolavori dello scultore Andrea Falcone, il sepolcro di Giulio Mastrilli, uno dei principali benefattori della confraternita,  morto nel 1652.

Nella terza cappella sinistra si trova l’opera di Andrea Vaccaro Transito di San Giuseppe, nella prima cappella San Michele di Gerolamo de Magistro.

Gli ambienti interni, la sacrestia e l’ oratorio dell’Immacolata nonché l’ipogeo, ospitano il museo dell’Opera Pia Purgatorio ad Arco, nel quale sono esposti oggetti liturgici, paramenti, calici, libri, suppellettili delle celebrazioni ed altre testimonianze che vanno dal Seicento all’Ottocento.

Attraverso una scala a sinistra dell’ingresso si raggiunge l’ampio ipogeo, in cui sono presenti sepolture che risalgono ai secoli XVII, XVIII, XIX secolo, oggetto di venerazione popolare.

Fino a pochi anni fa, la parte più nota della chiesa era proprio il cimitero sottostante, grazie alla sopravvivenza di una pratica religiosa molto radicata in città, il culto delle cosiddette «anime del purgatorio», dette anche «anime pezzentelle», un culto rivolto particolarmente ai morti anonimi e privi di parenti, considerati intermediari tra i mortali e le divinità ufficiali. I devoti si prendevano cura dei loro resti materiali, in particolare dei teschi, le cosiddette «capozzelle»; ciò garantiva la pace ai morti che offrivano, in cambio delle cure, protezione e consigli su problemi, preoccupazioni e persino questioni frivole, come i  numeri da giocare al lotto e litigi amorosi. Questa pratica si svolgeva anche nella cripta di Sant’Agostino alla Zecca, in quella di San Pietro ad Aram e nel cimitero delle Fontanelle.

INFORMAZIONI

Indirizzo: via Tribunali, 39

Orari di apertura:

Chiesa: dal lunedì al sabato dalle 10,00 alle 14,00

Museo e Ipogeo: dal lunedì al sabato dalle 10,00 alle 14,00

Basilica San Lorenzo maggiore Napoli

La chiesa di San Lorenzo Maggiore, situata in Piazza San Gaetano, nel centro storico di Napoli, è uno dei più affascinanti monumenti di età gotica dell’Italia meridionale. Le vicende della sua progettazione e dei successivi lavori sono abbastanza complesse.

La basilica paleocristiana, dedicata al protomartire Lorenzo, fu innalzata all’epoca del vescovo Giovanni II (533-555) su di un’area occupata in età romana da un macellum, il  mercato alimentare della città.

Intorno al 1270, grazie all’iniziativa e ai finanziamenti del re Carlo I d’Angiò, iniziarono i lavori per la nuova chiesa, più grande della precedente basilica del VI secolo e ispirata ad uno stile architettonico tipico del gotico francese, che si può notare nella parte absidale, con lo splendido deambulatorio a cappelle radiali e l’alto presbiterio a pilastri polistili, costoloni e volte a crociere.

Nei secoli successivi la chiesa fu interessata da varie ristrutturazioni, causate anche da alcuni violenti terremoti che si abbatterono sulla città.

In seguito, a partire dalla metà del Cinquecento e poi per almeno due secoli, i cambiamenti si fecero radicali, fino a cancellare del tutto l’aspetto gotico, celato da pesanti sovrastrutture barocche.

Dopo periodi di grandi difficoltà nell’Ottocento e nei primi del Novecento, in cui ci fu una progressiva decadenza della chiesa, inasprita dall’allontanamento dei Francescani nel 1866 e culminata con la chiusura dell’edificio nel 1905, in seguito la situazione è migliorata e la chiesa di San Lorenzo ha recuperato il suo eccezionale aspetto originario, grazie a molteplici lavori di restauro.

La chiesa e il convento posseggono un ricchissimo patrimonio storico-artistico. Qui furono sepolti molti membri della casa reale angioina, tra cui Caterina d’Austria, la prima moglie del duca Carlo di Calabria, alla quale fu dedicato il bellissimo sepolcro di Caterina D’Austria, realizzato verso il 1323-25 dal grande scultore e architetto senese Tino di Camaino.

Qui il principe Ludovico d’Angiò, futuro vescovo di Tolosa, poi canonizzato nel 1317, ricevette l’ordine sacerdotale; la magnifica pala d’altare che lo raffigura, realizzata da Simone Martini sempre nel 1317, dopo essere stata conservata per secoli in questa chiesa, oggi si trova al Museo di Capodimonte.

In San Lorenzo lavorarono anche altri importanti artisti come Antonio Baboccio da Piperno che nel 1421 eseguì il Sepolcro di Ludovico Aldomorisco, che oggi si trova tra la prima e la seconda cappella destra; Colantonio, il più grande esponente della pittura del Quattrocento a Napoli e maestro del grandissimo Antonello da Messina, dipinse verso il 1444-45 il grande Polittico per la famiglia Rocco con il San Girolamo nello studio e il San Francesco che dà la regola, oggi nel Museo di Capodimonte; Giovanni da Nola, uno dei maggiori scultori del Cinquecento a Napoli, realizzò verso il 1530 il meraviglioso altare maggiore.

I segni materiali del periodo barocco, splendidi nella loro organicità decorativa, cromatica e funzionale, sono presenti nel Cappellone di S. Antonio nel transetto sinistro e nella cappella Cacace, terza a destra, entrambi realizzati da Cosimo Fanzago rispettivamente nel 1638-39 e nel 1643-49, complessi in cui l’arte della tarsia marmorea è portata al massimo grado di suggestione.

Gli scavi di San Lorenzo

L’area archeologica di San Lorenzo è il più importante sito archeologico del centro storico di Napoli.

La stratificazione degli scavi archeologici è complessa ma è comunque possibile ricostruire le varie fasi che si sono succedute nel corso dei secoli. Si riscontrano, dunque, strutture più antiche, risalenti al IV sec. a. C., di epoca greca, caratterizzate da fondazioni in blocchi di tufo, su cui si impianta un complesso databile alla seconda metà del I sec. d.C., il macellum, ossia l’antico mercato alimentare in parte coperto, il cui ingresso principale era sulla plateia di via Tribunali. La struttura generale era probabilmente costituita da un grande porticato quadrangolare con botteghe sui quattro lati; al centro di uno spazio scoperto si ergeva una costruzione circolare a tholos su gradini di cui parte del basamento è ancora visibile nel chiostro del convento. Il tratto di strada, di circa 60 metri, corrispondente ad uno degli stenopoi in allineamento con l’attuale vico Giganti, su cui si aprivano altre botteghe commerciali, è una delle parti più suggestive dell’area archeologica sotterranea. Uno degli edifici può essere identificato probabilmente con l’antico Erario, dove si custodiva il tesoro della città. Tutta la zona fu interessata da profonde alterazioni con il passare dei secoli, fino ad un abbandono a partire dalla fine del V sec., causati da un evento di natura alluvionale che cancellò lo stenopos e gli edifici ad esso pertinenti. Durante l’epoca altomedievale si ebbe una ripresa grazie all’edificazione della primitiva basilica paleocristiana dedicata al protomartire Lorenzo, nella metà del VI sec.

S. Maria degli Angeli a Pizzofalcone

La chiesa venne fondata e nel 1587 per volere di Costanza Doria del Carretto, che la donò ai padri Teatini. Fu progettata dall’architetto Francesco Grimaldi nel 1610 fu ricostruita assumendo l’aspetto attuale.

La chiesa è composta da tre navate con pianta a croce latina iscritta in un rettangolo, ai lati le cappelle ed in cima la cupola; l’odierna facciata fu ricostruita nella seconda metà del 1700

l’imponente cupola, fu disegnata dal Grimaldi, porta nell’ intero ambiente una grande quantità di luce grazie a dei finestroni aperti nel tamburo.

L’interno e le decorazioni ad opera di Giovan Battista Beinaschi, il quale affrescò la navata centrale ed il transetto con scene della Vita della Vergine (1668-1675) e la cupola con l’Incoronazione della Vergine; alcune di queste raffiugurazioni come la Presentazione del tempio furono distrutte durante l’ultima guerra.

Le grandi tele sono di Francesco Maria Caselli realizzate intorno alla metà del 1600 per le decorazioni di abside e transetto.

Le cappelle

madonna-con-bambinoLa cappella dedicata all’Immacolata presenta una tela che raffigura la Vergine Maria di Massimo Stanzione, mentre altri dipinti del maestro Giovan Bernardo Azzolino campegiano nella I e nella III cappella del lato sinistro.

L’altare maggiore, di Giovan Battista Broggia è un’altra importante opera della basilica ed è conservata nel coro: è di stile neoclassico ed ha alla sua destra una tela di Paolo De Matteis che raffigura Sant’Andrea in estasi.

Di Tito Angelini i due sepolcri scolpiti per la famiglia Serra di Gerace, che si trovano nella prima cappella.

inoltre è presente nella chiesa, il monumento marmoreo del giurista Giuseppe de Gemmis (1734-1812).

Recentemente, nell’area su cui sorge l’edificio, sono stati ritrovati reperti archeologici risalenti alla Napoli del Cinquecento durante gli scavi per la nuova stazione della metropolitana.