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La Reale Cappella del Tesoro di San Gennaro

La Reale Cappella del Tesoro di San Gennaro si trova all’interno del Duomo di Napoli. Vi si accede dalla navata destra, varcando il monumentale cancello d’ottone di Cosimo Fanzago (1665).

La sua costruzione risale al XVI secolo, quando la peste stava flagellando la città di Napoli. Il popolo napoletano, stremato dalla sofferenza, fece un voto a San Gennaro, chiedendo l’intercessione per la cessazione della piaga. La città di Napoli si impegnava in questo modo nella costruzione di una straordinaria cappella dedicata al santo.

Per supervisionare e commissionare i lavori della Cappella venne istituito un organo laico, la Deputazione, che sottoscrisse il voto fatto a San Gennaro alla presenza di un notaio. [foto del voto scritto: https://www.cappellasangennaro.it/la-cappella/storia/]

Di ErwinMeier – Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=74706408

La decorazione

Fu così che iniziarono i lavori: l’architetto Francesco Grimaldi venne incaricato di progettare la Cappella in stile barocco, mentre la sua decorazione ha subito vicende controverse. Inizialmente, l’incarico delle Storie sulla vita di San Gennaro e l’affresco del Paradiso nella cupola vennero affidate al Cavalier D’Arpino. Egli, tuttavia, non diede mai inizio ai lavori. Lo stesso si può dire per il suo successore, il famoso pittore emiliano Guido Reni, il quale decise di lasciare Napoli a causa dell’astio e delle ripercussioni dei pittori locali, che non riuscivano ad accettare che la decorazione della Cappella era stata affidata ad artisti forestieri.

Nel 1630 la Deputazione stipulò un contratto con Domenico Zampieri detto il Domenichino, allievo di Annibale Carracci e uno dei massimi esponenti della pittura barocca in Italia. Egli dipinse cinque dei sei oli su rame che decorano la fascia inferiore della cappella, gli affreschi delle lunette degli altari, i sottarchi e i pennacchi alla base della cupola. La sua morte improvvisa interruppe la sua opera. Questa venne completata da Giovanni Lanfranco, autore dell’affresco del Paradiso che orna la cupola, e Jusepe de Ribera, detto lo Spagnoletto, che completò l’ultimo degli oli su rame con San Gennaro esce illeso dalla fornace.

Altare maggiore della cappella del tesoro di San Gennaro
Di Sailko – Opera propria, CC BY 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=83116340

L’altare maggiore e il paliotto

L’altare maggiore in porfido rosso, punto focale della Cappella, venne realizzato da Francesco Solimena a partire dal 1667. Esso incornicia il paliotto d’argento raffigurante la Traslazione delle reliquie del santo da Monte Vergine a Napoli, opera questa di Giandomenico Vinaccia e capolavoro del barocco napoletano. Il paliotto raffigura quindi scene della vita del santo e al centro si staglia la figura dell’Arcivescovo Carafa, fautore del rientro a Napoli delle reliquie del santo nel 1497.

Ad accoglierlo ci sono la sirena Partenope e il fiume Seveto, simboli della città. La peste e la fame, nelle vesti di una donna con capelli lunghi, morta, e di uno straccione, si trovano alla destra del fiume. Sul paliotto è raffigurata anche la scena di San Gennaro che protegge Napoli dalla furia del Vesuvio, nel 1631, quando fermò l’avanzata della lava risparmiando la città.

Il tabernacolo

Alle spalle dell’altare si trova una cassaforte che venne donata da Carlo re di Spagna nel 1667 e che contiene l’ampolla con il sangue di San Gennaro. Questa ricopre un’importanza fondamentale per il popolo napoletano, in quanto racchiude il sangue del santo che tre volte l’anno (il sabato precedente la prima domenica di maggio, il 19 settembre e il 16 dicembre) si liquefa’, rinnovando il prodigio.

Per aprire la cassaforte occorrono due serie di chiavi, una che appartiene alla Deputazione e l’altra all’arcivescovo di Napoli. L’una non apre senza l’altra, ed è quindi l’intera città, nella sua rappresentanza, che apre il tesoro di Napoli.

Cappella_di_s._gennaro_busti_argentei_dei_patroni_di_napoli
Di Sailko – Opera propria, CC BY 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=30874821

Gli argenti

Nel 1305 Carlo II d’Angiò in occasione dei 1000 anni dalla morte del santo donò il primo pezzo della collezione, il busto reliquiario di san Gennaro. Si trova davanti l’altare maggiore, sulla sinistra. Venne realizzato da tre orafi provenzali con oro, argento, smalti e pietre preziose.

La loro presenza in città diede un tale impulso alla scuola locale che solo qualche decennio dopo Giovanna I d’Angiò ufficializzava la nascita della corporazione degli orafi napoletani.

Oggi, la Cappella ospita la più grande collezione di busti d’argento collocati in un solo luogo. Sono 54, e tra di essi sono raffigurati tutti e 52 i santi patroni della città. Un numero da record. Il sabato precedente la prima domenica di maggio, in occasione del rinnovo del miracolo della liquefazione del santo, i 52 busti precedono in processione fino alla basilica di santa Chiara il busto dorato e le ampolle del sangue di San Gennaro.

Pezzi unici della collezione di argenti della Cappella sono i cosiddetti Splendori, i due candelieri settecenteschi che troneggiano di fronte all’altare maggiore. Per forgiarli sono stati utilizzati circa quattro quintali d’argento. Carlo di Borbone dono’ 2000 ducati, e il resto venne raccolto grazie alle donazioni dei devoti.

Il Museo del Tesoro di San Gennaro

La cappella è collegata anche al Museo del Tesoro di San Gennaro che raccoglie e conserva dipinti, statue, busti, gioielli e tessuti pregiati che Re e Regine, nobili e gente comune portarono in dono al Santo nel corso degli anni. L’area museale è di oltre settecento metri quadrati e dal 2003 i visitatori possono ammirare opere di grande valore come:

  • La mitra di San Gennaro, copricapo vescovile in cui sono incastonate in tutto 3964 pietre preziose (3.328 diamanti a rappresentare la durezza della fede, 168 rubini a rappresentare il sangue del santo e 198 smeraldi a rappresentare la conoscenza), per un peso complessivo di 18 kg;
  • La collana di San Gennaro, in cui sono intarsiate pietre preziose e gioielli fatti dono in questi secoli da sovrani, papi, nobili e gente comune. Tra questi figurano Carlo III di Borbone, Maria Amalia di Sassonia, Maria Carolina d’Asburgo, Francesco I d’Austria, Giuseppe Bonaparte, Maria Cristina di Savoia e Vittorio Emanuele II di Savoia. L’ultimo dono fu un anello dato nel 1929 da Maria José, ultima regina d’Italia;
  • Le insegne dell’Ordine di San Gennaro, la spilla, la placca ed il mantello tempestato di gemme di smalti, pietre preziose e decorazioni raffiguranti il giglio dei Borbone.

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